-IL SENSO RELIGIOSO, VERIFICA DELLA FEDE-
Presentazione del libro di Luigi Giussani Il senso religioso (Rizzoli), 26 gennaio 2011.
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1. IL SENSO RELIGIOSO, VERIFICA DELLA FEDE
«Quando miro in cielo arder le stelle; / Dico
fra me pensando: / A che tante facelle? / Che fa
l’aria infinita, e quel profondo / Infinito seren?
che vuol dir questa / Solitudine immensa? ed io
che sono?» (G. Leopardi, Canto notturno di un
pastore errante dell’Asia, vv. 79-89). Questa poesia di Giacomo Leopardi esprime in modo mirabile l’esperienza in cui si svela il senso religioso dell’uomo. L’impatto dell’io con la realtà scatena la domanda umana. Vi è cioè in noi una struttura nativa che, nell’impatto col reale, viene inesorabilmente messa in moto, così da mobilitare tutto il dinamismo della nostra persona.
Nella misura in cui vive, nessun uomo può
evitare certe domande, a prescindere dalla propria appartenenza etnica o culturale: «“Qual è il significato ultimo dell’esistenza?”, “Perché
c’è il dolore, la morte, perché in fondo vale la
pena vivere?”. O, da un altro punto di vista: “Di
che cosa e per che cosa è fatta la realtà?”». Il
senso religioso - ci ha insegnato sempre don
Giussani - si identifica con la natura del nostro
io in quanto si esprime in queste domande,
«coincide con quel radicale impegno del nostro io con la vita, che si documenta in queste domande»
(L. Giussani, Il senso religioso, Rizzoli, Milano
2010, p. 59)*.
Ma perché riprendere ora, rendendolo oggetto
del nostro lavoro comune, il testo de Il
senso religioso? È una domanda che mi sono
sentito rivolgere in diverse occasioni da quando
abbiamo preso tale decisione. L’idea è emersa
dall’esperienza degli ultimi Esercizi della Fraternità, in cui ho riletto due capitoli de Il senso religioso “dal di dentro della fede”, come ho avuto modo di osservare.
Tutto è nato dalla constatazione, anche in
noi, che pure abbiamo la grazia di essere immersi in una certa storia, di una fragilità della
fede come conoscenza (che abbiamo chiamato
«frattura tra sapere e credere»). Anche noi,
cioè, partecipiamo della riduzione della fede a
sentimento o a etica. Don Giussani ha osservato che ciò accade non solo là dove il cristianesimo non è più proposto secondo la sua natura di avvenimento, ma anche per una mancanza dell’umano in noi. Il cristianesimo,
infatti, ha un grande “inconveniente”: esso richiede degli uomini per essere riconosciuto e
vissuto. Negli Esercizi della Fraternità dello
scorso anno ho cercato, attraverso la rilettura
di alcuni capitoli de Il senso religioso, di mostrare la natura e la dinamica di quell’“umano” che in noi manca, viene meno, si blocca. Tanti sono stati colpiti dalla pertinenza di quei capitoli al percorso che stiamo compiendo e mi hanno chiesto di riprendere insieme, da questa prospettiva, l’intero testo.
Ma che cosa significa affrontare Il senso religioso dall’interno della fede? Noi siamo abituati a intendere il «senso religioso» come una semplice premessa alla fede; perciò, esso ci sembra quasi inutile, una volta che la fede sia raggiunta.
Come fosse una scala che ci serve per
salire al piano superiore: una volta saliti, possiamo fare a meno della scala. No! Non solo occorre un senso religioso sempre vivo affinché il cristianesimo venga riconosciuto e sperimentato per quello che è - come ci ha ricordato sempre don Giussani citando Niebuhr: «Niente è tanto incredibile quanto la risposta a una domanda che non si pone» (Cfr. R. Niebuhr, Il destino e la storia. Antologia degli scritti, BUR, Milano 1999, p. 66), o non si pone più - ; ma - in secondo luogo - è proprio nell’incontro con l’avvenimento cristiano che il senso religioso si rivela in tutta la sua originale portata, raggiunge una definitiva chiarezza, viene educato e salvato. Cristo è venuto per educarci al senso religioso, come ci ha sempre detto don Giussani (lo riprenderò dopo). Un senso religioso vivo rappresenta perciò una verifica della fede.
È molto significativa in questo senso la risposta
di don Giussani a una domanda di Angelo
Scola, nel corso di una nota intervista:
*Il senso religioso è «l’inclinazione dell’uomo verso il suo principio e verso il suo ultimo destino; l’avvertenza indistinta, balenata intuitivamente alla sua coscienza, del proprio essere dipendente e responsabile; il pronunciamento informe e naturale dell’anima circa il proprio arcano rapporto verso l’Essere
supremo; il nativo gesto della natura umana in atteggiamento di adorazione e di supplica; l’esigenza dello spirito verso un Infinito personale, come dell’occhio verso la luce, del fiore verso il sole». Era il 1957 quando nella sua lettera pastorale per la Quaresima ambrosiana l’allora cardinale Giovanni Battista Montini adoperava queste parole. E pochi mesi dopo, Luigi Giussani pubblicava la prima edizione del testo Il senso religioso. Esattamente quarant’anni dopo, don Giussani terminò l’ultima e definitiva versione di quest’opera, che è anche il primo volume del suo fondamentale PerCorso).
"La sua proposta pedagogica - chiede Scola -
fa leva sul senso religioso dell’uomo; è così?».
«Il cuore della nostra proposta - risponde
Giussani - è piuttosto l’annuncio di un avvenimento accaduto, che sorprende gli uomini allostesso modo in cui, duemila anni fa, l’annunciodegli angeli a Betlemme sorprese dei poveri pastori.
Un avvenimento che accade, prima di
ogni considerazione sull’uomo religioso o non
religioso. È la percezione di questo avvenimentoche resuscita o potenzia il senso elementare di dipendenza e il nucleo di evidenze originarie cui diamo il nome di “senso religioso”» (L. Giussani, Un avvenimento di vita, cioè una storia, Edit-Il Sabato, Roma/Milano 1993, p. 38). L’avvenimento
cristiano resuscita o potenzia, perciò,
il senso religioso, cioè il senso dell’originale
dipendenza e le evidenze originarie.
Se il lavoro di questi anni sul libro di don
Giussani Si può vivere così? ci ha permesso di vedere la novità umana che nasce dalla fede, così da poter verificare la pertinenza della fede alle esigenze della vita, quello che stiamo per intraprendere su Il senso religioso potrà permetterci di approfondire lo sguardo su questa pertinenza:
essa si documenta, infatti, nella capacità
della fede di ridestare l’io, di farlo diventare se
stesso, di mantenerlo nella posizione giusta per
affrontare tutta l’esistenza, con le sue prove e la
sua problematicità.
Ecco, allora, la prospettiva da cui leggeremo
il testo: ripercorrendo Il senso religioso, e confrontandoci con esso, potremo verificare fino a che punto l’esperienza che abbiamo fatto in questi anni è riuscita a incidere sulla nostra
vita o, in altri termini, «in che cosa Cristo è
utile per il cammino che l’uomo fa nel rapporto
con le cose, camminando verso il suo
destino. Altrimenti, se non ha questa incidenza
come presenza reale, Cristo è una cosa
che non c’entra con la vita, che non c’entrerebbe con la vita. C’entrerebbe con la vita futura, ma non c’entrerebbe con questa vita; che è la posizione propria del protestantesimo » (L. Giussani, L’attrattiva Gesù, BUR, Milano 1999, p. 287). Se Cristo è presente, infatti, non è in forza del nostro dire, ma attraverso dei segni che Lo possiamo riconoscere.
«È, se opera» (L. Giussani, Lettera alla Fraternità, 7 ottobre 1997), questa è la regola che ci siamo sentiti dire sempre. Posso scoprire che Cristo è presente per i segni del risveglio
umano che vedo accadere in me o negli altri.
Tanto è oggettiva la Sua presenza quanto sono
oggettivi i segni che la documentano. »
Impegnandoci con il testo de Il senso religioso,
potremo allora verificare se l’incontro
con Cristo ha «resuscitato o potenziato» il senso originale di dipendenza, il nucleo di evidenze ed esigenze originali (di verità, giustizia, felicità, amore) che don Giussani chiama «senso religioso » e che si destano nell’impatto dell’io con la realtà. Ora, se è vero che l’emergenza di tali evidenze ed esigenze originali è in un certo senso inevitabile, è altrettanto vero che la coscienza
di esse è normalmente ridotta, offuscata
o messa a tacere. È ciò che si può cogliere
nella debolezza o nella assenza, anche fra noi,
magari dopo anni di permanenza nel movimento, del senso del mistero nella percezione del nostro io, che viene così tragicamente ridotto - molto più spesso di quanto ci rendiamo conto - a somma di prestazioni e di reazioni, a conseguenza di antecedenti storici e biologici, a prodotto delle circostanze. Ecco perché un
senso religioso desto, senza rimozioni o censure,
costituisce un segno e una verifica dell’incontro
con qualcosa d’altro più grande di sé.
Lo stesso si può dire a proposito della ragione,
che l’esperienza rivela come «esigenza
operativa a spiegare la realtà in tutti i suoi fattori,
così che l’uomo sia introdotto alla verità delle
cose» (L. Giussani, Il senso religioso, op. cit., p.
133). Sfidata dall’impatto con la realtà a essere
veramente se stessa («inesausta apertura») e a
mettersi in moto alla ricerca della sua spiegazione
esauriente, la ragione raggiunge il suo
autentico culmine intuendo l’esistenza di un oltre
da cui tutto scaturisce e a cui tutto rimanda.
«Il vertice della conquista della ragione è la percezione
di un esistente ignoto, irraggiungibile,
cui tutto il movimento dell’uomo è destinato,
perché anche ne dipende. È l’idea di mistero»
(Ibidem, p. 162). Una persona che non bloccasse
il dinamismo razionale messo in moto dall’impatto
con la realtà arriverebbe a vivere la coscienza
del mistero. E quanto più vivesse intensamente
il reale, tanto più la dimensione del
mistero le diventerebbe familiare.
Ma, anche qui, grande, quasi irresistibile è la
tentazione di ridurre, di utilizzare la ragione
come misura, invece che come finestra spalancata
«di fronte all’inesausto richiamo del reale»
(Ibidem, p. 134). La conseguenza inevitabile è la
riduzione della percezione della realtà, priva di
mistero. Ed è ciò che si può constatare nella «destituzione
del visibile», nell’appiattimento o
nello svuotamento delle circostanze, di ciò che
ci capita, che normalmente operiamo: la realtà,
che si presenta originariamente alla nostra
ragione come segno, viene ridotta al suo aspetto
percettivamente immediato, privata del suo significato,
della sua profondità. Per questo tante
volte - ciascuno lo può verificare nella propria
esperienza - soffochiamo nelle circostanze:
quando è ridotta ad apparenza, la realtà diventa
una gabbia.
Come osservava anni fa l’allora cardinal Ratzinger,
«una delle funzioni della fede, e non tra
le più irrilevanti, è quella di offrire un risanamento
alla ragione come ragione, di non usarle
violenza, di non rimanerle estranea, ma di ricondurla
nuovamente a se stessa» (J. Ratzinger,
Fede, Verità, Tolleranza, Cantagalli, Siena 2003,
p. 142). L’esaltazione della ragione, la liberazione
dalle sue riduzioni, è di nuovo la verifica
di una fede reale.
Ora, perché è così decisivo oggi il ridestarsi del
senso religioso? Perché abbiamo questa urgenza?
È decisivo perché il senso religioso è il
criterio ultimo di ogni giudizio, di un giudizio
vero e autenticamente «mio»: se non vogliamo
«essere ingannati, alienati, schiavi di altri, strumentalizzati
» (L. Giussani, Il senso religioso, op.
cit., p. 13), dobbiamo abituarci a paragonare
tutto con quel criterio immanente e oggettivo
che è il senso religioso. Dopo l’incontro cristiano,
noi continuiamo infatti a vivere nel
mondo e siamo chiamati ad affrontare, come
tutti, le sfide della vita. Dobbiamo affrontarle in
questo momento particolare, storico, dominato
dalla confusione e dal «calo del desiderio»,
da un razionalismo soffocante, da una parte, e
da un sentimentalismo dilagante, dall’altra,
dalla riduzione della realtà ad apparenza e del
cuore a sentimento. Se Cristo non incide su di
noi ridestando la nostra umanità, allargando la
nostra ragione e non riducendo la realtà, ci troviamo
a pensare come tutti, con la stessa mentalità
di tutti, perché il criterio di giudizio che
pure originalmente possediamo, il «cuore», che
è ragione e affezione insieme, è avvolto in quella
confusione. Ciò significa che noi possiamo
continuare ad affermare le “verità” della fede,
ma non essere protagonisti della storia, poiché
in noi non vi è nessuna diversità rilevabile,
come ha detto Benedetto XVI: «Il contributo
dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della
fede diventa intelligenza della realtà» (Benedetto
XVI, Discorso ai partecipanti alla XXIV
Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per i
laici, Città del Vaticano, 21 maggio 2010).
Questo, oltre a farci diventare inutili per la
storia (sempre più dominata da un “potere”
che mira a gettare l’uomo nella confusione, a ridurre
il suo desiderio e a favorire un uso ridotto
della ragione), fa sorgere la domanda sulla ragionevolezza
della fede. Perché è ragionevole essere
cristiani? Qual è la convenienza umana
della fede? Il motivo per cui tanti abbandonano
la fede è che non sorprendono alcun riscontro
della sua convenienza. Così il potere
può allargare sempre più la sua influenza, trovando
l’uomo sempre più disarmato. «È come
se il potere, vale a dire la mentalità dominante,
avesse costretto i nostri educatori, compresi»
i genitori, ad alterare la semplicità della nostra
natura [“le evidenze originarie”, dicevamo
prima] fin da piccoli. Perciò bisogna recuperare
la semplicità della natura nostra. Questa Scuola
di comunità su Il senso religioso non è nient’altro
che un invito e uno stimolo a recuperare la
semplicità, l’autenticità della nostra natura (non
per nulla, nella terza premessa, la moralità necessaria
per conoscere si chiama “povertà dello
spirito”)» (L. Giussani, L’io rinasce in un incontro
(1986-1987), BUR, Milano 2010, p. 162).
Dell’incidenza del potere noi possiamo essere
complici, se presuntuosamente pensiamo
di potercela cavare da noi, senza una sequela
intelligente e affettiva all’unico punto che ci è
stato donato dal Mistero per strapparci dal
nulla. La confusione, anche fra noi, può essere
così profonda che, quando cerchiamo di indicare
una soluzione alla situazione in cui viviamo,
ci troviamo a ripetere le risposte di
tutti: alcuni pensano che la soluzione sia mettersi
d’accordo («stare insieme»), altri che
essa si trovi nella politica, in una maggiore
partecipazione alla distribuzione del potere,
oppure nella carriera, o in una nuova avventura
affettiva, e così via. Dopo duemila anni di
storia cristiana, dopo anni di grazia del carisma,
potremmo trovarci nella situazione dell’uomo
prima di Cristo: una sconfinata varietà
di tentativi ultimamente impotenti, in
cui ciascuno enfatizza i suoi pregiudizi o gli
aspetti più consoni alla sua indole.
«Chi ci libererà da questa condizione mortale?
», diremmo con san Paolo. Che cosa ci è
necessario? Quale esperienza? È da questa varietà
di tentativi ultimamente impotenti che ci
libera Cristo. Proviamo a ritornare all’origine.
2. CRISTO CHIARISCE IL SENSO RELIGIOSO
Invitandoci a immedesimarci col Vangelo di
Giovanni, Giussani descrive in modo mirabile
come è accaduto questo fatto.
«Finalmente questo Giovanni, detto il battezzatore,
venne, vivendo in modo tale che tutta
la gente ne era percossa e, dai farisei all’ultimo
contadino, lasciava le case per andare a sentirlo
parlare, almeno una volta. Saranno stati
tanti o pochi, non sappiamo; in quell’occasione
però ve n’erano due che vi andavano per la
prima volta, ed erano tutti tesi, con la bocca
aperta, nell’atteggiamento di chi viene da lontano
e vede quello che è venuto a vedere con
una curiosità senza barriere, con una povertà di
spirito, con infantilità e semplicità di cuore [...].
Ad un certo punto una persona si stacca dal
gruppo e se ne va lungo il sentiero che risale il
fiume. Quando questi si muove, il profeta Giovanni
Battista, improvvisamente ispirato, si
mette a gridare: “Ecco l’Agnello di Dio. Ecco
Colui che toglie i peccati del mondo”. La gente
non vi fa caso [...]. Ma quei due, con la bocca
aperta e con gli occhi sbarrati come due bambini,
vedono dove si indirizza l’occhio di Giovanni
Battista: su quell’individuo che se ne sta
andando. Allora, istintivamente, gli si mettono
alle calcagna, lo seguono, timidi, impacciati.
S’accorge, lui, che qualcuno lo segue. Si volta:
“Che cosa volete?”. “Maestro - rispondono -
dove stai di casa?”. “Venite a vedere”, dice loro
gentilmente. Vanno, “e videro dove abitava, e
stettero con Lui tutto quel giorno”. Noi ci immedesimiamo
facilmente con quei due seduti,
che guardano parlare quell’uomo che dice cose
mai sentite, eppure così vicine, così aderenti,
così riecheggianti. [...] Loro non capivano,
erano semplicemente afferrati, trascinati, travolti
da quel parlare: Lo guardavano parlare.
Perché è attraverso un “guardare” [...] che taluni
uomini si sono accorti che c’era tra di loro
qualcosa di inenarrabile: una Presenza non solo
inconfondibile, ma incomprensibile, eppure
così invadente. Invadente perché corrispondeva
a quello che il loro cuore aspettava, in un
modo senza paragone con nulla: padre e madre
non avevano detto loro, quando erano piccoli,
con altrettanta evidenza ed efficacia, ciò per cui
il tempo della loro vita valeva la pena d’essere
vissuto. Non avevano potuto e saputo dirlo; dicevano
tante altre cose giuste, buone, ma come
frammenti di qualcosa che si doveva cercare di
afferrare nell’aria per vedere se uno si qualificava
adatto all’altro. Una corrispondenza profonda.
[...] Man mano che le parole arrivavano
a loro, e che il loro sguardo, intontito e ammirato,
penetrava quell’uomo, essi si sentivano
cambiare, sentivano che le cose cambiavano: il
significato delle cose cambiava, l’eco delle cose
cambiava, il cammino delle cose cambiava». Il
racconto non finisce qui, perché Giussani immagina
il ritorno a casa di Giovanni e Andrea
dopo l’incontro con Cristo: «E quando son tornati,
la sera, sul finir della giornata - ripercorrendo
molto probabilmente la strada in silenzio,
perché mai si erano parlati tra loro come in
quel grande silenzio in cui un Altro parlava, in
cui Lui continuava a parlare e riecheggiava dentro
di loro -, e sono arrivati a casa, la moglie di
Andrea, guardandolo, gli ha detto: “Ma che hai,
Andrea, che hai?”. E i figlioletti, stupiti, guardavano
il padre: era lui, sì, era lui, ma era “più”
lui, era diverso. Era lui, ma era diverso. E
quando - come abbiamo detto una volta, commossi,
con una immagine facile a pensarsi perché
così realistica - lei gli ha chiesto: “Che cosa
è successo?”, lui l’ha abbracciata, Andrea ha abbracciato
la sua donna e ha baciato i suoi bambini:
era lui, ma mai l’aveva abbracciata così! Era
come l’aurora o l’alba o il crepuscolo di una
umanità diversa, di una umanità nuova, di una
umanità più vera. Quasi dicesse: “Finalmente!”,
senza credere ai propri occhi. Ma era troppo
evidente perché non credesse ai propri occhi!»
(L. Giussani, Il tempo si fa breve, Esercizi della
Fraternità di Comunione e Liberazione. Appunti
dalle meditazioni, Cooperativa Editoriale
Nuovo Mondo, Milano 1994, pp. 23-25).
Questa scena descrive meglio di mille parole
come storicamente si è chiarito il senso religioso
dell’uomo, perché ha trovato il suo vero oggetto.
Incontrando Gesù, Andrea era lui, ma era “più”
lui, era diverso. Infatti, «l’oggetto del senso religioso
ultimamente è il Mistero insondabile;
perciò, che l’uomo ci pensi in modo tale da
avere mille pensieri su questo è comprensibile.
Ma la verità è una, soltanto che è inarrivabile»
dall’uomo. Allora il Mistero è diventato un
fatto umano, è diventato un uomo, un uomo
che si muoveva con le gambe, che mangiava con
la bocca, che piangeva con gli occhi, che è
morto: questo è il vero oggetto del senso religioso.
Allora, scoprendo questo fatto di Cristo
mi si rivela, mi si chiarisce in modo grandioso
anche il senso religioso» (L. Giussani, L’autocoscienza
del cosmo, BUR, Milano 2000, p. 17). E
così mi libera da tutti i miei tentativi.
Questa non è se non l’applicazione di una
legge universale, da quando l’uomo è uomo -
«La persona ritrova se stessa in un incontro
vivo» (L. Giussani, L’io rinasce in un incontro
(1986-1987), op. cit., p. 182) -; ma qui, nell’incontro
con la presenza del Mistero diventato
un fatto umano, tale legge si compie, si invera
in modo definitivo: «Quando ho
incontrato Cristo mi sono scoperto uomo»
(Cfr. In epistola ad Ephesios, II, 4, 14), disse il retore
romano Mario Vittorino annunciando
pubblicamente la sua conversione. Perché «è in
un incontro che io m’accorgo di me stesso. [...]
L’io si desta dalla sua prigionia nella sua vulva
originale, si desta dalla sua tomba, dal suo sepolcro,
dalla sua situazione chiusa dell’origine
e - come dire - “risorge”, prende coscienza di
sé, proprio in un incontro. L’esito di un incontro
è la suscitazione del senso della persona.
È come se la persona nascesse: non nasce
lì, ma nell’incontro prende coscienza di sé,
perciò nasce come personalità» (L. Giussani,
L’io rinasce in un incontro (1986-1987), op.
cit., pp. 206-207).
Questo incontro ci abilita a scoprire il mistero
del nostro “io”. «Era lui, ma era “più”
lui», mai era stato così se stesso. Perciò, durante
una conversazione, riferendosi al testo de Il
senso religioso, don Giussani si domanda: «Perché
il libro sul senso religioso lo abbiamo fatto
noi […]? Perché noi abbiamo incontrato Gesù
e, guardando Lui e sentendo Lui, abbiamo capito
che cosa stava dentro di noi: “Chi conosce
Te, conosce sé”, diceva sant’Agostino. [...]
Perché per conoscere il senso religioso e per
sviluppare il senso religioso abbiamo dovuto
incontrare qualcheduno: senza questo maestro
non ci saremmo capiti. Perciò posso dire a
Cristo: “Tu sei proprio me”. “Tu sei me” glielo
posso dire proprio perché, sentendo Lui, ho
capito me stesso. Mentre chi cerca di capire se
stesso riflettendo su di sé si disperde in miriadi
di sentieri, in miriadi di idee, in miriadi di
immagini» (L. Giussani, L’autocoscienza del
cosmo, op. cit., pp. 17-18).
3. CRISTO EDUCA IL SENSO RELIGIOSO
Proprio perché Cristo svela e chiarisce il
senso religioso dell’uomo, lo può anche educare.
Qualcuno può pensare - anche chi ha già
incontrato Cristo o vive in un contesto cristiano
- che, essendo il senso religioso una dotazione
originale, non vi sia alcun bisogno che
esso venga educato o che, una volta ridestato,
esso proceda da sé, diventi spontaneamente la
dimensione di ogni istante. Il seguente brano di
don Giussani ci aiuta a comprendere quanto ciò
sia astratto: «Durante una conversazione in cui
ebbi occasione di essere coinvolto, un importante
professore universitario si lasciò sfuggire
questa frase: “Se non avessi la chimica mi ammazzerei!”.
Un gioco del genere, nella nostra dinamica
interiore, anche quando non dichiarata,
esiste sempre. Qualcosa c’è sempre che rende la
vita degna ai nostri occhi di essere vissuta e
senza la quale, anche se non si arrivasse ad augurarsi
la morte, tutto sarebbe incolore e deludente.
A quella “cosa” [il “dio”], [...] l’uomo offre
tutta la sua devozione. Nessuno può evitare
una finale implicazione: qualunque essa sia, nel
momento in cui la coscienza umana vi corrisponde
vivendo, è una religiosità che si esprime,
è un livello di religiosità che si realizza. Il senso
religioso ha come caratteristica sua propria di
essere la dimensione ultima inevitabile di ogni
gesto, di ogni azione, di ogni tipo di rapporto.
[...] L’ineducazione del senso religioso [...] si documenta
esattamente in questo: esiste in noi
una ripugnanza divenuta istintiva a che il senso
religioso domini, determini ogni azione coscientemente.
È precisamente questo il sintomo
dell’atrofia e della parzialità dello sviluppo del
senso religioso in noi: quella difficoltà estesa e
greve, quella estraneità che avvertiamo quando
ci sentiamo dire che il “dio” è il determinante
di tutto, è il fattore al quale non si può sfuggire,
è il criterio in base al quale si sceglie, si studia,
si completa il prodotto del proprio lavoro, si
aderisce a un partito, si indaga scientificamente,
si cerca una moglie o un marito, si governa una
nazione» (L. Giussani, Perché la Chiesa, Rizzoli,
Milano 2003, pp. 7-8).
Ciascuno può valutare l’ampiezza che assume
in se stesso questa ripugnanza a lasciare che
tutto nella propria vita sia determinato da Dio.
Capirà così fino a che punto ha bisogno di lasciarsi
educare al senso religioso. Infatti: «L’educazione
del senso religioso dovrebbe, da un lato,
favorire la presa di coscienza di quel dato di inevitabile
e totale dipendenza che esiste tra l’uomo
e ciò che dà senso alla sua vita e, dall’altro, aiutarlo
a espugnare col tempo quella estraneità irrealistica
che egli prova nei confronti della sua situazione
originale» (Ibidem, p. .
Si capisce, allora, il motivo dell’Incarnazione:
«Lo scopo per cui Dio è diventato uomo è
quello di educare l’uomo al senso religioso, perché
il senso religioso è la posizione esatta di partenza
che l’uomo ha verso tutta la realtà e il Mistero
stesso che fa la realtà. Perciò, seguire Cristo
è essere nelle condizioni per affrontare la realtà
e per camminare verso il destino nel migliore
dei modi: si chiama salvezza, così come l’abbiamo
chiamata qui, non nel senso definitivo
del termine, ma nel senso dispositivo del termine.
Se uno segue Cristo, è nelle condizioni
migliori per affrontare la realtà e per affrontare
il problema del destino» (L. Giussani, L’attrattiva
Gesù, op. cit., pp. 286-287).
Ma oggi noi come veniamo educati al senso
religioso? Partecipando alla vita di quella realtà
dove Cristo rimane contemporaneo: la Chiesa.
«La funzionalità della Chiesa sulla scena del
mondo è già implicita nella sua consapevolezza
di essere prolungamento di Cristo: è cioè la
funzionalità stessa di Gesù. La funzione di Gesù
nella storia è l’educazione al senso religioso dell’uomo
e dell’umanità (proprio per poter “salvare”
l’uomo!), dove per religiosità, o senso religioso,
intendiamo - come già si è detto - la
posizione esatta come coscienza e tentativamente
come atteggiamento pratico dell’uomo di fronte al suo destino» (L. Giussani,
Perché la Chiesa, op. cit., p. 195).
Questo dimostra la necessità della permanenza
del Mistero nella storia. Infatti, se Cristo
non rimane contemporaneo e non continua a
sfidare l’uomo, questi ritorna a essere irrimediabilmente
da solo. E da solo ciascuno sa fin
dove può precipitare.
Come possiamo liberarci da questo inesorabile
decadere?
4. CRISTO SALVA IL SENSO RELIGIOSO
Nessuno riesce a mantenersi da sé nell’atteggiamento
giusto a cui pure l’incontro con Cristo
lo ha spalancato. Perciò l’unica risposta alla
nostra fragilità è la permanenza reale della Sua
presenza.
La situazione storica in cui ci troviamo oggi
in Occidente costituisce, in questo senso, una
vera sfida anche per il cristianesimo, che è costretto
a mostrare la verità della sua pretesa di
rispondere alle esigenze dell’uomo. Non servirà,
infatti, qualsiasi versione del cristianesimo a risvegliare
l’umanità dell’uomo (lo sappiamo
bene). Né un cristianesimo ridotto a discorso
(“nozionale”, nel senso newmaniano del termine)
né un cristianesimo ridotto a etica saranno
in grado di tirar fuori l’uomo dal suo torpore
(nel discorso alla Curia Romana il 20
dicembre scorso, Benedetto XVI ha parlato di
«sonno di una fede divenuta stanca»), dall’appiattimento
sempre più clamoroso del suo desiderio,
del suo slancio originario, del suo gusto
di vivere. È nella capacità di ridestare continuamente
l’umano che si documenterà la autenticità
del cristianesimo.
Solo un cristianesimo che conserva la sua
natura originale, i suoi tratti inconfondibili
di presenza storica contemporanea - la contemporaneità
di Cristo -, può essere all’altezza
del reale bisogno dell’uomo, ed è perciò in
grado di salvare il senso religioso. Non si tratta
di un postulato da accettare, ma di una novità
umana da sorprendere in atto: l’annuncio cristiano
si sottopone a questa verifica, al tribunale
dell’umana esperienza. Se nell’uomo che
accetta di appartenere a Cristo attraverso la realtà
della Chiesa, concretamente e persuasivamente
emergente nella sua esperienza (carisma),
accade quello che egli stesso con le sue
forze non è in grado di raggiungere - un impensabile
risveglio e compimento dell’umano
in tutte le sue dimensioni fondamentali -, allora
il cristianesimo si rivelerà credibile e si
renderà verificabile nella sua pretesa. «Ogni albero
infatti si riconosce dal suo frutto» (Lc
6,44): ecco il formidabile criterio epistemologico
che Gesù stesso ci offre. Il cambiamento
generato dal rapporto con Cristo presente è
tale che san Paolo non esita a esclamare:
«Quindi se uno è in Cristo, è una creatura
nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne
sono nate di nuove» (2 Cor 5,17). La creatura
nuova è l’uomo in cui il senso religioso si realizza
nella sua - altrimenti impossibile - pienezza:
ragione, libertà, affezione, desiderio.
«Cristo me trae tutto, tanto è bello!» (Jacopone
da Todi, «Lauda XC», in Le Laude, Libreria
Editrice Fiorentina, Firenze 1989, p. 313),
esclamava Jacopone da Todi. È questa bellezza,
come splendore del vero, l’unica cosa in grado
di ridestare il desiderio dell’uomo e di muovere
così potentemente l’affezione da rendere possibile
in continuazione l’apertura della sua ragione
alla realtà che ha davanti - «La condizione
perché la ragione sia ragione è che
l’affettività la investa e così muova tutto
l’uomo» (L. Giussani, L’uomo e il suo destino,
Marietti, Genova 1999, p. 117) -. L’attrattiva di
Cristo facilita (non realizza automaticamente)
quell’apertura che sarebbe impossibile senza di
Lui. La contemporaneità di Cristo consente
così alla ragione tutta la sua apertura, permettendole
di raggiungere un’intelligenza della realtà
prima sconosciuta: ogni cosa, ogni circostanza,
anche la più banale, è esaltata, diventa
segno, «parla», è interessante da vivere. L’uomo
così ridestato e sostenuto dalla presenza di Cristo
può vivere finalmente da uomo religioso,
sostenere la vertigine della vita, circostanza
dopo circostanza, potendo «entrare in qualsiasi
situazione dell’esistenza [in qualsiasi circostanza]
con una tranquillità profonda, con una
possibilità [o capacità] di letizia» (L. Giussani,
Il senso religioso, op. cit., p. 148). La contemporaneità
di Cristo si rivela così indispensabile
per vivere appieno il senso religioso, cioè per
avere l’atteggiamento giusto davanti al reale.
Se, al contrario, Cristo non viene vissuto
come contemporaneo, le conseguenze non si
fanno aspettare. La mancanza d’esperienza
della contemporaneità di Cristo ci fa ritornare
alla situazione precedente l’incontro cristiano,
e anche se continuiamo a parlare di Cristo
(come capita spesso), lo riduciamo di fatto a
una delle tante varianti del senso religioso. «Per
l’uomo moderno [questa è un’osservazione
veramente acutissima di don Giussani, che ci
rende consapevoli della situazione in cui viviamo],
la “fede” non sarebbe genericamente
altro che un aspetto della “religiosità”, un tipo
di sentimento con cui vivere l’irrequieta ricerca
della propria origine e del proprio destino,
che è appunto l’elemento più suggestivo
di ogni “religione”. Tutta la coscienza moderna
si agita per strappare dall’uomo l’ipotesi della
fede cristiana e per ricondurla alla dinamica del
senso religioso e al concetto di religiosità, e
questa confusione penetra purtroppo anche
la mentalità del popolo cristiano» (L. Giussani
- S. Alberto - J. Prades, Generare tracce nella storia
del mondo, Rizzoli, Milano 1998, p. 22).
Vi è una essenziale e irriducibile differenza
tra le dinamiche della fede e del senso religioso:
«Mentre la religiosità nasce dall’esigenza di significato
destata nell’impatto con il reale, la
fede è riconoscere una presenza eccezionale,
corrispondente in modo totale al proprio destino,
ed è aderire a questa Presenza. La fede è
riconoscere come vero quello che una Presenza
storica dice di sé» (Ivi). Tale differenza si
vede soprattutto nel modo di muoversi della
ragione. Nella fede cristiana non vi è più una
ragione che spiega, ma una ragione che si
apre - percependosi così finalmente compiuta
nella sua dinamica - allo svelarsi stesso di Dio.
Si capisce, allora, perché don Giussani dice
che «il problema dell’intelligenza [non del
sentimento o dello stato d’animo] è tutto dentro
» l’episodio di Giovanni e Andrea (L. Giussani,
Si può vivere così?, Rizzoli, Milano 2007,
p. 273). La fede è un atto della ragione mossa
dall’eccezionalità di una Presenza: «La fede
cristiana è la memoria di un fatto storico in cui
un Uomo ha detto di sé una cosa che altri
hanno accettato come vera e che ora, per il
modo eccezionale in cui quel Fatto ancora mi
raggiunge, accetto anch’io. Gesù è un uomo
che ha detto: “Io sono la via, la verità, la vita”.
È un Fatto accaduto nella storia: un bambino,
nato da donna, iscritto all’anagrafe di Betlemme,
che, diventato grande, annunciava di
essere Dio: “Io e il Padre siamo una cosa sola”. Essere attenti a ciò che faceva
e diceva quell’uomo, così da
arrivare a dire: “Io credo a Costui”,
aderire alla Sua presenza affermando
come verità ciò che egli diceva,
questa è la fede» (L. Giussani
- S. Alberto - J. Prades, Generare
tracce nella storia del mondo, op.
cit., pp. 22-23).
Perciò: «Immaginiamo quale
sfida rappresenti per la mentalità
moderna la pretesa della fede: che
esista un uomo - a cui io posso dire
“tu” - che dica: “Senza di Me non
potete fare nulla”, che esista, cioè,
un Uomo-Dio. Non ci si misura mai fino in
fondo con tale pretesa; oggi né il popolo né i
più grandi filosofi affrontano più il problema,
e se lo affrontano è per consolidare il preconcetto
negativo derivato dalla mentalità dominante.
Si deduce cioè la risposta al problema
cristiano - “Chi è Gesù?” - da concezioni precostituite
sull’uomo e sul mondo. Eppure Gesù
dice, come risposta: “Guardate le mie opere”,
vale a dire “Guardatemi”, che è lo stesso. Invece
non lo si guarda in faccia, lo si elimina prima
di prenderlo in considerazione. La non-credenza
è perciò un corollario che deriva da un
preconcetto, è un preconcetto applicato, non la
conclusione di una indagine razionale» (Ibidem,
p. 23).
Ma ciò che ora ci interessa è soprattutto
mettere a fuoco la conseguenza del rifiuto del
metodo scelto da Dio per rispondere alla esigenza
di significato totale dell’uomo propria
del senso religioso: «Senza il riconoscimento
del Mistero presente la notte avanza, la confusione
avanza e - come tale, a livello di libertà -
la ribellione avanza, o la delusione colma talmente
la misura che è come se non si attendesse
più niente e si vive senza desiderare più
niente, eccetto che la soddisfazione furtiva o la
risposta furtiva a una breve richiesta» (L. Giussani,
Tutta la terra desidera il Tuo volto, San
Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2000, p. 124).
Senza il riconoscimento della contemporaneità
di Cristo quello che viene meno è
l’umano vero, lo slancio del senso religioso.
Chi invece la riconosce, vede la sua
umanità portata al di là di ogni
immaginazione: «Che sia convertita
a Cristo la nostra coscienza, il
nostro modo di pensare, e la nostra
affezione, il nostro modo di
amare, vuole dire che continuamente
tale coscienza e tale affezione
sono portate, trasportate
dove non avrebbero pensato, sono
continuamente sollecitate a uscire
da sé, vanno fuori di sé, sono continuamente
portate dentro un terreno,
dentro un territorio al di là
di quello che si concepiva o che si
sentiva prima. È sempre nell’ignoto che vengono
introdotte, è una misura che si allarga:
sono introdotte continuamente, la coscienza e
l’affettività, in un orizzonte imprevisto, al di là
della propria misura», e la vita acquista un respiro,
una portata, una intensità mai conosciute
prima (L. Giussani, La familiarità con
Cristo, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi)
2008, p. 135).
Ciascuno ha con ciò anche il criterio di una
verifica del suo cammino nella fede, della sua
educazione al senso religioso: l’esaltazione della
sua umanità originale. «In verità vi dico: se
non vi convertirete e non diventerete come i
bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt
18,3); questa potrebbe essere la formula riassuntiva
di una vera educazione del senso religioso.
E per questo Cristo chiama beati coloro
che l’hanno: «Beati i poveri in spirito, perché di
essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3). Questi testi ci
mostrano il vero scopo di questa educazione:
spalancarci così tanto da poterci riempire con
una cosa che non possiamo produrre noi, ma
che dobbiamo accettare, accogliere, abbracciare
come un regalo. Solo chi ha questa semplicità
di bambino, questa povertà di spirito, ha
la disposizione per accoglierla.
Il lavoro che ci attende quest’anno sul testo
Il senso religioso ha questo livello di decisività.
Dalla serietà con cui lo affronteremo dipenderanno
la nostra realizzazione come persone
e il contributo che possiamo dare ai nostri
fratelli uomini.
Victor non è un’imperdonabile ingiustizia divina
Le circostanze dolorose
diAldo Trento
Caro Padre Aldo, quando ascolto Benedetto XVI, o Julián Carrón, il responsabile del Movimento di Comunione e Liberazione, provo una commozione grande. Ho però alcuni amici malati, molto debilitati fisicamente e anche psicologicamente, che spesso mi dicono: «Per voi che non avete i nostri problemi è facile parlare di Mistero, della ragione, dell’“Io” che è relazione con l’infinito e non il frutto degli antecedenti o delle circostanze che si vivono. Capiamo la tua commozione, ma per noi non è così: perché il dolore ci schiaccia, e quando ci parli di loro per noi è una flatus vocis. È facile parlare di Cristo e di destino quando si ha la pancia piena, quando si è in salute. In questa situazione invece è come se la nostra libertà fosse in gabbia, intrappolata dal dolore, e non riuscisse a fare nessun passo per poter riconoscere quanto affermate». Padre, lei come risponderebbe a questa provocazione? Lettera firmata
Ti ringrazio di cuore per aver sollevato un problema che anche per me ha costituito un terribile rompicapo, al punto di arrivare a dire: «Bene, queste cose, queste frasi, sono per quelli che vivono una vita normale. Per quanti godono di buona salute fisica e psichica in particolare. Ma per chi vive come me?». Per anni ho vissuto con la mente torturata dai fantasmi della nevrosi, quando i momenti di piena lucidità e tranquillità erano rari, quel che don Giussani diceva a quei tempi non sembrava dirmi assolutamente niente. Non solo, ma ho passato momenti in cui i suoi testi erano diventati un tormento. Perché invece di stare con gli occhi aperti, la mente sgombra, il cuore semplice, cercando di godere di quello che leggevo, cadevo sempre nella negatività di una posizione che mi spingeva a dire: «Queste cose non fanno per me». Eppure quelle parole piene di positività mi portavano a sottolineare ancora di più la differenza tra la mia vita, il mio modo di vivere, e la bellezza di cui lui parlava. Però era come se davanti alla possibilità di fare un salto di qualità fossi rimasto ingabbiato dal negativo. Migliaia di volte ho provato a soffermarmi sulle sue parole, ma a un certo punto, improvvisamente, mi dicevo che non mi corrispondevano. Per questo capisco bene la tua domanda, che è la stessa di moltissime persone che mi scrivono. Provare a risponderti non è facile, ma al tempo stesso è molto semplice in quanto fa parte del lavoro fatto in questi anni e che mi accompagna e mi accompagnerà fino alla morte.
Il presupposto di partenza
Se una cosa è vera, è vera per tutti: non contano le contingenze della nostra vita. Non esiste una persona sfortunata più di un’altra. Se così fosse, sarebbe un’imperdonabile ingiustizia, e Dio ne sarebbe responsabile. Però Dio è giustizia, e quindi l’uomo non può accusare il Creatore delle circostanze che si trova a vivere. La situazione che viviamo è apparentemente terribile, ma è anche la migliore che poteva capitarci. Mi permetto di dire questo perché la migliore circostanza che Dio mi ha regalato è stata la nevrosi, e i frutti lo testimoniano. Lo stesso vale per i miei figli, come Victor, di due anni, che dal momento in cui è nato vive in una sorta di stato vegetativo, stringendo i pugni, senza vedere né sentire. Per lui (e lo dico con il cuore spezzato) la migliore circostanza per sviluppare la sua vita coincide con questa situazione, anche se questo è incomprensibile per la maggioranza delle persone. Il punto di partenza è solo uno: la vita, nella sua positività, dipende da quello che noi intendiamo come normalità, o affermiamo come valore, o piuttosto il valore coincide col fatto che qualunque essere umano, per quanto disabile, è un “Tu che mi fai”? Dalla risposta a questa domanda dipende la positività o negatività delle circostanze. Io personalmente, quando ero nel buio più nero, afferrato per mano da don Giussani e da padre Alberto (un sacerdote mio amico), come un bambino con la madre, ho letteralmente imparato a riconoscere che il punto della questione non erano le circostanze, apparentemente negative, ma la coscienza che io ero e sono relazione con il Mistero. Ed è stato all’interno di questo umanissimo abbraccio che ho iniziato a guardarmi in modo diverso, nel modo in cui Dio mi guarda dall’eternità. Col tempo, ho capito che le negatività non erano soltanto un ostacolo, ma anche il modo mediante il quale il Mistero mi insegnava a ricoscere la Sua presenza. La positività della vita e la sua bellezza, qualunque sia la nostra condizione, dipendono esclusivamente da questa consapevolezza. E non dal fatto che il mio stato psico-fisico sia normale oppure no. Non che questi aspetti della vita non siano importanti, ma non possiamo ridurre a questi fattori la bellezza dell’esistenza. Ricordate la storia del fratello zoppo in Citadelle, di Antoine de Saint-Exupéry? In ogni dettaglio c’è la stupefacente bellezza della sua vita, persino nelle deformazioni del suo corpo. È quello che tocco con mano ogni giorno nel mio ospedale, asilo di ogni povertà umana, dove quelli che soffrono e muoiono, in circostanze dolorosissime, riconoscono che il problema non è la condizione umana che vivono, ma la loro relazione col Mistero. Relazione che si fa possibile grazie a una compagnia. E non è che questa risolva il dramma personale. Però educa lo sguardo dei pazienti a guardare negli occhi il Mistero, la cui presenza, lentamente, diventa forte e potente, più del cancro che divora i loro corpi.
Nel Getsemani o sulla Croce
Vivere problematicamente la libertà è fondamentale. O partiamo dal Mistero e guardiamo Cristo, o partiamo dalle circostanze e dalle contingenze che viviamo. La decisione è personale, e le conseguenze sono opposte. Nel primo caso la vittoria di Cristo si fa presente riempiendo le circostanze di significato, trasformandole in una possibilità di dire: «Tu, o Cristo mio!». Nel secondo caso le circostanze diventano la nostra tomba e la vita si trasforma in un continuo lamento. Pensiamo all’esperienza di Cristo nel Getsemani o sulla Croce. Nessuno può negare quanto terribili siano state le circostanze che ha dovuto affrontare. Eppure la sua libertà si è mutata in abbandono, in un affidarsi totalmente al Padre, fino al punto di vivere quell’oceano di dolore non con lamenti o rabbia, ma come riconoscimento dell’amore della volontà del Padre, che gli chiedeva di dare la vita per noi. E questa è la stessa sfida che la realtà, in ogni istante, ci lancia. Il dramma della libertà non si gioca nella relazione con le circostanze, ma in quella con il Mistero. Se così non fosse avrebbe ragione l’amico di cui parli nella tua lettera. Mentre è il Mistero che ci chiama all’interno delle circostanze stesse, e io sono chiamato a rispondere. Da questo dipende la modalità con cui l’uomo affronta qualsiasi prova. Pensiamo alla figura di Abramo. Tutto il dramma di quest’uomo non consiste nella sua chiamata a lasciare la sua vita comoda e a sacrificare suo figlio, ma nel fatto di aver riconosciuto la voce del Mistero irrompere nella sua vita. La grandezza di quest’uomo è nella sua libertà: spe erectus, (sorretto dalla speranza, come lo descrive la Lettera agli Ebrei) non dubitò mai del fatto che Dio avrebbe mantenuto la sua promessa. Per questo, quando il Mistero gli ha chiesto l’assurdità (così diremmo noi, razionalisti) di sacrificare suo figlio, il suo sì non ha vacillato nemmeno per un istante. La libertà di vivere quella circostanza drammatica zampillava dell’ancor più drammatica libertà di riconoscere la bontà del Mistero che lo chiamava. Per questo motivo per tutte le persone sane o inferme, la vita non si gioca sul piano delle condizioni esistenziali, favorevoli o meno, ma nella propria relazione con il Mistero. Nella nostra libertà, che può dire sì o no. Tutti i giorni nella clinica vedo nei pazienti che muoiono il compimento di quanto il Santo Padre ci dice. Testimoniano che il punto di partenza non è la circostanza, ma la relazione personale con il Mistero all’interno della circostanza. Quanto il Papa o Carrón affermano è vero perché corrisponde al cuore, criterio infallibile e oggettivo. Pensando alla mia vita, non ricordo nemmeno un momento di oscurità che mi abbia impedito di verificare la corrispondenza con quanto don Giussani, Benedetto XVI o don Carrón mi hanno detto. Il problema è nella coscienza che abbiamo della nostra relazione con il Mistero e di quel minimo di libertà che, sostenuta da una compagnia, dice sì al Mistero. Quel Mistero che conosce anche il numero dei capelli sulla nostra testa. padretrento@rieder.net.py
Settembre, il mese dell'amore
Settembre andiamo, diceva il gran poeta abruzzese e mondiale. Andiamo dove? Dove è il tuo tesoro là è il tuo cuore, avverte il vangelo. E dove è il nostro tesoro? In ufficio? tra i banchi di scuola? nei luoghi del lavoro dove dobbiamo tornare? O nelle cucine di casa, tra le bollette da pagare, tra le stanze solite e grandiose di durezza e luce? Dove è, nel riprendere delle chiacchiere politiche sui giornali ? nel riaffollarsi delle strade e delle vie cittadine? Nel 'ehi com'è andata la vacanza?' senza nessuna voglia di raccontare? dov'è il nostro tesoro, il nostro cuore?
Una volta, per via della civiltà contadina, lo si sapeva: nascosto sotto le apparenze, sotto terra, pronto a germogliare, lavorando nel segreto della terra per mesi, da settembre a febbraio per poi dare erba nuova e fiori e frutti. C'era, anche se non nell'evidenza, e lavorava a fondo. Anche noi vogliamo un amore così, un tesoro così. Che non sia nell'apparenza, e porti frutto. Settembre è il mese dell'amore e del tesoro.
dr
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CHIUNQUE AVESSE NECESSITA' DI OFFRIRE O CERCARE LAVORO PUO' RIVOLGERSI A NOI TUTTI I GIORNI DALLE H. 09:00 ALLE H.13:00.
INOLTRE E' ANCHE POSSIBILE INVIARE IL PROPRIO CV AL NOSTRO INDIRIZZO E-MAIL
I DATI DA VOI FORNITI VERRANNO TRATTATI NEL RISPETTO DELLA NORMATIVA SULLA PRIVACY ex ART. 13 D.LGS 196 DEL 2003.
Don Giussani: Pietro, «roccia definitiva e sicura»
Il cristianesimo è un evento irriducibile, una presenza oggettiva che vuole raggiungere l’uomo provocandolo e giudicandolo, fino alla fine. Disse Gesù agli Apostoli dopo la sua resurrezione: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).
Il cristianesimo è un fattore drammaticamente decisivo per l’uomo solo se è riconcepito in questa sua originalità, in questa sua compattezza fattuale, la cui fisionomia era duemila anni fa quella d’un uomo singolare, ma già lui vivente aveva anche il volto di persone che si mettevano insieme e andavano, a due a due, a fare quello che lui faceva e aveva detto loro di fare, e poi si raccoglievano, tornando da lui. In seguito andarono in tutto il mondo allora conosciuto, come una cosa sola, per portare quel Fatto. Il volto di quell’uomo è oggi l’insieme dei credenti, che ne sono il segno nel mondo, o - come dice san Paolo - ne sono il Corpo, Corpo misterioso, chiamato anche «popolo di Dio», guidato come garanzia da una persona viva, il Vescovo di Roma.
Se il fatto cristiano non è riconosciuto e brandito in questa sua originalità, non serve se non ad essere un folto suggerimento di interpretazioni, di pensieri e magari anche di opere, ma accanto e più sovente in subordine rispetto a tutte le suggestioni di cui la vita si serve.
(Il senso di Dio e l’uomo moderno, BUR, p.126)
L’autorità suprema è quella in cui troviamo il senso di tutta la nostra esperienza: Gesù Cristo è questa autorità suprema, ed è il suo Spirito che lo fa capire, aprendoci alla fede in Lui e alla fedeltà alla Sua persona.
«Come il Padre ha mandato me, così io mando voi» (Gv 20, 21): gli apostoli e i loro successori (papa e vescovi) costituiscono nella storia la viva continuazione dell’autorità che è Cristo. Nel loro dinamico susseguirsi nella storia e moltiplicarsi nel mondo, il mistero di Cristo viene proposto senza sosta, chiarito senza errori, difeso senza compromessi. Essi costituiscono quindi il luogo ove l’umanità può attingere al senso vero della propria esistenza, con evolutivo approfondimento, come a una sorgente sicura e continuamente nuova.
Quello che il genio è nel grido dell’umano bisogno, quello che il profeta è nel grido dell’umana attesa, essi sono nell’annuncio della risposta. Ma come la risposta vera è sempre imparagonabilmente precisa e concreta rispetto all’attesa - inevitabilmente vaga o soggetta a illusioni -, così essi sono come roccia definitiva e sicura: infallibile. «Tu sei Pietro e su questa pietra costruirò la mia Chiesa» (Mt 16, 18).
La loro autorità non solo costituisce il criterio sicuro per quella visione dell’universo e della storia che unica ne esaurisce il significato; ma, anche, essa è stimolo vivo e tenace a vera cultura, è suggerimento instancabile a visione totale, è inesorabile condanna a ogni esaltazione del particolare e a ogni idealizzazione del contingente, cioè a ogni errore e a ogni idolatria. La loro autorità è quindi l’estrema guida nel cammino verso una genuina convivenza umana, verso la vera civiltà.
Dove quell’autorità non è viva e vigile, oppure viene combattuta, il cammino umano si complica, diviene ambiguo, si altera, devia verso il disastro: anche se l’aspetto esteriore sembra potente, florido, scaltrissimo come oggi. Dove quell’autorità è attiva e rispettata, il cammino della storia si rinnova con sicurezza ed equilibrio verso più profonde avventure di genuina umanità: anche se le tecniche di espressione e convivenza sono rozze e dure.
Ancora oggi è il dono dello Spirito che permette di scoprire il significato profondo dell’autorità ecclesiastica come direttiva suprema al cammino umano; ecco donde nasce quell’ultimo abbandono, quella consapevolissima obbedienza a essa, per cui essa non è più il luogo della legge, ma il luogo dell’amore. Al di fuori dell’influsso dello Spirito uno non può comprendere l’esperienza di quella devozione definitiva che lega il «fedele» all’autorità, devozione che s’afferma spesso nella croce della mortificata esuberanza di una propria genialità o di un proprio piano di vita.
(Il cammino al vero è un’esperienza, Rizzoli, pp. 112-113)
Più grande del peccato
Ci sarebbe da discutere a lungo, sulle vicende che hanno portato BenedettoXVI a scrivere la sua Lettera ai cattolici d’Irlanda. E si potrebbe farlo partendo dai fatti, da numeri dati che - letti bene - dicono di una realtà molto meno imponente di quanto possa sembrare dalla campagna feroce dei media. Oppure dalle contraddizioni di chi, sugli stessi giornali, accusa - a ragione - certe nefandezze,ma poche pagine più in là giustifica tutto e tutti, specie inmateria di sesso. Si potrebbe, e forse aiuterebbe a capiremeglio il contesto di unaChiesa davvero sotto attacco, ben al di là dei suoi errori. Solo che il gesto umile e coraggioso del Papa ha spostato tutto più in là. Verso il cuore della questione.
Chiaro, la ferita c’è. Ed è gravissima. Di quella specie che ha fatto dire parole di fuoco a Cristo («Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono inme, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina e fosse gettato negli abissi…») e ai suoi vicari.
C’è la sporcizia, nellaChiesa. Lo disse chiaro e forte lo stesso Joseph Ratzinger nellaVia Crucis di cinque anni fa, poco prima di diventare Papa, e non ha smesso mai di ricordarlo dopo, con realismo. C’è il peccato, anche grave. C’è ilmale e l’abisso di dolore che ilmale si porta dietro. E c’è l’esigenza di fare tutto il possibile - pure con durezza - per arginare quel male e riparare a quel dolore. Il Papa lo sta già facendo, e la sua Lettera lo ribadisce con forza, quando chiede ai colpevoli di risponderne «davanti aDio onnipotente, come pure davanti a tribunali».
Ma proprio per questi motivi il vero cuore della questione, il focus dimenticato, sta altrove. Accanto a tutti i limiti e dentro l’umanità ferita della Chiesa c’è o no qualcosa di più grande del peccato? Di radicalmente più grande del peccato?
C’è qualcosa che può spaccare lamisura inesorabile del nostromale? Qualcosa che, come scrive il Pontefice, «ha il potere di perdonare persino il più grave dei peccati e di trarre il bene anche dal più terribile dei mali»? «Ecco dunque il punto: Dio si è commosso per il nostro niente», ricordava don Giussani in una frase usata da Cl per il Volantone di Pasqua: «Non solo: Dio si è commosso per il nostro tradimento, per la nostra povertà rozza, dimentica e traditrice, per la nostra meschinità. È una compassione, una pietà, una passione. Ha avuto pietà per me».
È questo che porta laChiesa nelmondo, e non certo per merito, bravura o tantomeno coerenza dei suoi: la commozione di Dio per la nostra meschinità. Qualcosa di più grande dei nostri limiti. L’unica cosa infinitamente più grande dei nostri limiti. Se non si parte da lì, non si capisce nulla. Impazzisce tutto, letteralmente.
È capitato - capita - anche a noi di schivare quella commozione, di sfuggirla. A volte è nella Chiesa stessa che si riduce la fede a un’etica e la moralità a un’impossibile rincorsa solitaria alle leggi, quasi che aver bisogno di quell’abbraccio fosse una cosa di cui doversi vergognare.
Ma se si dimentica Cristo, se si fa fuori la misura totalmente diversa che Lui
introduce nel mondo ora, attraverso la Chiesa, non si hanno più i termini per capire e giudicare la Chiesa stessa.
Allora diventa facile confondere l’attenzione per le vittime e il riguardo per la loro storia con un silenzio connivente, e la prudenza verso i colpevoli veri o presunti – accusati, magari, sulla base di voci affiorate dopo decenni – con la voglia di «insabbiare» (che pure a volte, evidentemente, c’è stata). Diventa quasi inevitabile straparlare di celibato senza sfiorare nemmeno il valore reale della verginità. E diventa impossibile capire perché la Chiesa può essere dura e materna insieme, con i suoi sacerdoti che sbagliano. Può punirli con severità e chiedere loro di scontare la pena e riparare al male (lo ha già fatto, non da oggi; e lo farà, sempre),ma senza spezzare - se possibile - il filo di un legame, perché è l’unica cosa che può redimerli. Può chiedere ai suoi figli «siate perfetti come è perfetto il Padre vostro» non per domandare un’impossibile irreprensibilità, ma per richiamare una tensione a vivere la stessa misericordia con cui ci abbraccia Dio («siate
misericordiosi come è misericordioso il Padre che è nei cieli»).
È proprio per questo che la Chiesa può educare. Che, in fondo, è la vera questione messa in discussione da chi la sta accusando («vedete che sbagliano anche i preti, e di brutto? Come facciamo ad affidargli i nostri bambini?»), come se il suo essere maestra dipendesse tutto dalla coerenza dei suoi figli, e non da Lui. Da Cristo. Dalla Presenza che – tra tutti gli errori e gli orrori commessi - rende possibile nel mondo un abbraccio
come quello del Figliol prodigo ritratto da Chagall nello stesso Volantone.
Lì, accanto alla frase di Giussani, ce n’è un’altra, di Benedetto XVI: «Convertirsi a Cristo significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza, esigenza del suo perdono».
Ecco, l’abbraccio di Cristo, dentro la nostra umanità ferita e indigente e al di là delmale che possiamo compiere. Se la Chiesa – con tutti i suoi limiti - non avesse questo da offrire al mondo, persino alle vittime di quelle barbarie, allora sì che saremmo perduti.
Tutti. Perché ilmale ci sarebbe sempre. Ma sarebbe impossibile vincerlo.
Il Centro di Solidarietà "M. Kolbe"
vi augura
Buona Pasqua
TERREMOTO IN CILE
«Il volto che ci aiuta ad entrare in questo mistero»
Dopo il violento terremoto che ha colpito il Paese sudamericano, gli amici del movimento cileni hanno scritto un messaggio
Cari amici,
davanti al terremoto che ha colpito il nostro Paese, diviene ancora più evidente che la vita è un mistero e non ci appartiene.
Di fronte alla bellezza della natura cilena sorge sempre una domanda: «Chi ne è l’autore?».
Allo stesso modo, davanti alla grandezza di questo terremoto, ci sentiamo piccoli, impotenti e fragili.
Tuttavia, da questa esperienza nasce un’altra domanda: «Cosa chiede a noi il Signore attraverso questa circostanza?».
Anche recentemente, nella nostra compagnia e in molti testimoni, abbiamo visto il volto trasfigurato di Cristo che si rende conoscibile, e questa esperienza ci aiuta a entrare nel mistero della Croce.
Senza Cristo, la bellezza avrebbe come esito una triste malinconia, e il dramma si volgerebbe in tragedia, come ci ha ricordato Carrón in occasione del terremoto di Haiti.
Per questo siamo invitati a pregare per tutti coloro che soffrono le conseguenze di questo dramma, e abbiamo altresì il dovere di fare che la carità che abbiamo ricevuto trabocchi in una condivisione concreta delle necessità del popolo cileno.
Comunione e Liberazione (Cile)
La Compagnia delle Opere del Cile ha lanciato una raccolta fondi per intervenire in aiuto:
1) delle famiglie delle comunità di Curicó, Talca e Concepción le cui abitazioni sono state danneggiate dal sisma;
2) delle opere educative San Bernardo (Colegio Instituto San Pablo Misionero) e La Florida (Colegio Patrona de Lourdes) a Santiago;
3) della Parrocchia Universitaria di Concepción;
4) del Monastero delle Trappiste di Quilvo (Curicó).
Per contribuire alla raccolta fondi eseguire il bonifico in favore di: Fundación Domus c/c n° 18811566 Banco de Credito e Inversiones, El Golf # 125 Las Condes (n° banco 016) Codice SWIFT: CREDCLRM Causale: Terremoto Cile
LA NOSTRA VITA APPARTIENE A UN ALTRO
«La nostra vita appartiene a qualcosa d’Altro. L’inevitabilità [di ciò che accade] è come il sinonimo più chiarificatore di questa non appartenenza a noi della cosa, e soprattutto non appartiene a noi ciò da cui tutto deriva: la nostra vita appartiene a un Altro.
In questo senso si capisce perché la vita dell’uomo è drammatica: se non appartenesse a un Altro sarebbe tragica. La tragedia è quando una costruzione frana e tutti i sassi e i pezzi di marmo e i pezzi di muro, crollano. E tutto nella vita diventa niente, è destinato a diventar niente, perché di ciò che abbiamo vissuto nel passato, di ciò che abbiamo vissuto fino a un’ora fa, fino a cinqueminuti fa, non esiste più niente di formato, di costruito non esiste più niente. E questo è tragico. La tragedia è il nulla come traguardo, il niente, il niente di ciò che c’è. Mentre se tutto appartiene a un Altro, a qualcosa d’Altro, allora la vita dell’uomo è drammatica, non tragica. Riconosco che ti appartengo, riconosco che il tempo non è statomio, non mi apparteneva, come il tempo fino ad oggi non mi appartiene, non mi appartiene. Prendi pure la mia vita, accetto che non mi appartenga, riconosco che non mi appartiene, accetto che non mi appartenga.
Ciò che possiede il nostro tempo è morto per noi, si presenta ai nostri occhi e al nostro cuore come il luogo dove è amato il nostro destino, dove è amata la nostra felicità, tanto che Colui che possiede il tempo muore per il nostro tempo. Il Signore, Colui a cui appartiene il tempo, è buono».
(L.Giussani, Si può vivere così?)
«Il nostro pensiero, in questi giorni, è rivolto alle care popolazioni di Haiti, e si fa accorata preghiera. Seguo e incoraggio lo sforzo delle numerose organizzazioni caritative, che si stanno facendo carico delle immense necessità del Paese. Prego per i feriti, per i senza tetto, e per quanti tragicamente hanno perso la vita».
(Benedetto XVI, Angelus del 17 gennaio 2010)
È la certezza di questa appartenenza che sostiene la nostra speranza e ci fa sentire come nostro il dramma dei fratelli di Haiti.
Per questo,accogliendo l’appello del Papa, sosteniamo la raccolta fondi lanciata da AVSI per intervenire in favore della popolazione e far fronte alla grave emergenza umanitaria che si è creata nell’isola.AVSI è presente ad Haiti dal 1999 con alcuni progetti a sostegno della realtà locale.
Per sostenere le attività di AVSI indicare nella causale “terremoto Haiti”:
1) Credito Artigiano - Sede Milano Stelline, Corso Magenta 59 - IBAN IT 68 Z0351201614000000005000 2) Per bonifici dall’estero: IBAN IT 68 Z0351201614000000005000 - BIC (Swift code) ARTIITM2 3) Conto corrente postale n° 522474, intestato AVSI 4) Per le donazioni online vai sul sito: http://www.avsi.org/